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La Pratica dello Yoga
I tre movimenti
Ci sono tre passaggi
secondo Sri Aurobindo nei quali si sviluppa la pratica dello Yoga
nel sadhaka, colui che percorre questo sentiero:
- Il primo movimento è quello di riporre tutto nel Divino.
Scrive Sri Aurobindo "Mettetevi con tutto il cuore e tutte le
vostre forze nelle mani di Dio. Non ponete condizioni, non chiedete
nulla [...] eccetto che in voi e attraverso di voi la Sua volontà
sia manifestata direttamente. A quelli che chiedono Dio dà quanto
richiesto, ma a quelli che danno se stessi e non domandano nulla,
Egli dà tutto ciò che avrebbero potuto chiedere o di cui potevano
aver bisogno, ma anche dà Se stesso e offre spontaneamente il Suo
amore". Questo è il primo movimento: il dono di sé,
incondizionato, senza nessuna richiesta, senza alcun tornaconto
personale, abbandonando qualsiasi volontà di conseguimento.
- Continua Sri Aurobindo: " Il movimento successivo consiste nel
mettersi da parte e osservare l'opera del potere divino in voi",
In questa prospettiva le difficoltà, i problemi che si incontrano
durante il percorso vengono vissuti in altro modo rispetto
all'atteggiamento di chi ritenga di fare qualcosa, per
produrre certi risultati: qui invece non bisogna preoccuparsi o
lottare, i risultati non dipendono dai nostri tentativi: l'unico
nostro, vero compito è darsi al divino.
- Terza tappa: " Il terzo movimento dello yoga è di
percepire tutte le cose come Dio". La divinizzazione dell'intera
realtà, la visione mistica dell'universo dello yogi.
Solo che, ovviamente, questo non avviene
immediatamente. C'è bisogno di tempo e non poco; c'è bisogno di
impegno, tanta costanza, purificazione. Sri Aurobindo ripete spesso
che la via del suo yoga non è per tutti, non è facile, non è alla
portata di chiunque. Chi ha quella curiosità - propria di molti - di
cose sempre nuove, di rivelazione un po' su tutto, di novità, di
cambiamenti rapidi, non avrà nessuna possibilità di successo. Ci
vuole pazienza e fiducia.
Aspirazione
Il
primo requisito che deve essere presente nell'aspirante yogi, che
deve fare parte del suo atteggiamento verso quello che sarà il suo
percorso è l'aspirazione: "Se ci sono una sincera aspirazione e
una perseverante volontà d'arrivare ad una coscienza
superiore, nonostante tutti gli ostacoli, l'apertura avverrà
certamente". Questo tipo di aspirazione non è cosa da poco, se
la consideriamo con un minimo di serietà. A questo punto vediamo
realmente quanto lo yoga di Sri Aurobindo sia una via per
pochi e per pochi eletti, per quelle persone che riescono a
mantenere costantemente viva questa aspirazione, un'aspirazione che
deve essere costantemente attiva, presente, in ogni momento e
contesto della propria vita. Un'aspirazione che sia sincera,
autentica. In una lettera di Sri Aurobindo a un suo discepolo,
scrive: "La completa sincerità richiede che si desideri solamente
la Verità divina, che ci si sottometta sempre di più alla Madre
divina, che ogni esigenza personale ed ogni desiderio che non siano
quest'unica aspirazione vengano scacciati, che si offra al Divino
ogni azione della vita e la si compia come un lavoro che ci è stato
affidato, senza alcuna intromissione dell'ego. Tale è la base della
vita divina".
L'aspirazione può avvenire in vari modi, a
seconda l'indole del praticante. Può essere un'aspirazione
silenziosa, sempre indirizzata al desiderio di ricevere la Forza, in
un atteggiamento di attesa, di controllo, di ricezione, di apertura:
un'aspirazione che va vissuta e sentita. Oppure può realizzarsi
tramite l'invocazione, mentale o vocale, della discesa della Forza
in noi, dell'aiuto della Madre. Oppure può concretizzarsi in forma
di preghiera.
Lo sforzo
In questa aspirazione, come elemento
successivo ad essa deve essere presente uno sforzo. L'abbandono
completo al divino necessita, almeno inizialmente, di uno sforzo,
uno sforzo che, come dice Sri Aurobindo, non è desiderabile
abbandonare subito. Poi però questo sforzo personale si trasformerà
progressivamente nell'azione della Forza divina in noi. Vediamo come
c'è sempre questo rapporto tra ascesa e discesa, che viene poi
risolto in una esclusiva discesa della Forza. Devo ascendere, con le
mie capacità e il mio sforzo, per far si che la Forza discenda in
me: in altre parole devo preparare il terreno in me, perché possa
prendere posto la Forza. Devo fare pulizia, devo trasformarmi in un
puro ricovero, eliminando tutto ciò che possa ostruire il
passaggio e poi il lavoro della Forza in me. Abbandonare subito lo
sforzo cosa può causare? Il rischio è l'inerzia, il ristagno. Il
fatto è che la nostra natura inferiore, la pressione delle forze
avverse non sono facili da eliminare: esse vanno contrastate per un
certo periodo, a volte lungo. Occorre quindi perseverare, lavorare,
sforzarsi, respingere tutto ciò che non è dalla parte del Divino,
invocare la discesa della Forza con costanza, senza stancarsi.
Abbandonarsi e basta può essere la scusa per giustificare tutte le
negatività e la pigrizia che continuano a sedimentarsi e ad agire in
noi. Dono di sé non significa, almeno all'inizio, darsi
semplicemente tutto al divino, senza preoccuparsi di alcunché.
Significa anche, e soprattutto, compiere quel lavoro di rifiuto
delle suggestioni provenienti dai desideri e dagli impulsi
inferiori, che sono ostacolo all'opera del Divino stesso in noi.
La Concentrazione e la trasformazione psichica
Centro del cuore
Ci si può concentrare in uno qualunque dei tre centri
che risulti più facile per il sadhaka o che dia più
risultati. La concentrazione nel centro del cuore ha il potere di
aprire questo centro e, con la forza dell'aspirazione, dell'amore,
della bhakti e della sottomissione, di rimuovere il velo che copre e
nasconde l'anima o essere psichico, di portarla in primo piano
perché governi la mente, la vita il corpo, li orienti verso il
Divino e li apra interamente a Lui, eliminando tutto ciò che si
oppone a quest'orientamento e a queat'apertura.
Questo è quanto viene chiamato nel nostro yoga apertura psichica.
Sopra la testa
La concentrazione sopra la testa ha il potere di
portare la pace, il silenzio, la liberazione dal senso del corpo e
dell'immedesimazione con la mente e la vita, e di aprire la strada
perché la coscienza inferiore (mentale, vitale e fisica) possa
salire a incontrare la coscienza superiore al di sopra e perché i
poteri della coscienza superiore (natura spirituale) possano
scendere nel mentale, nel vitale e nel corpo. Questo è quanto in
questo yoga viene chiamato trasformazione spirituale. Se si inizia
con questo movimento, il Potere che viene dall'alto deve, nella sua
discesa aprire tutti i centri (compreso il più basso) e fare
emergere l'essere psichico; finché ciò non avviene, è possibile
infatti che ci siano molte difficoltà e conflitti a causa della
coscienza inferiore che intralcia l'Azione divina che viene
dall'alto, si mescola ad essa e perfino la rifiuta. Una volta che
l'essere psichico sia attivo, questi conflitti e difficoltà possono
essere ridotti al minimo.
Fra le sopracciglia
La concentrazione fra le sopracciglia ha il potere di aprire il
centro corrispondente, di liberare la mente e la visione interiore e
la coscienza interiore o yoghica, con le sue esperienze e i suoi
poteri. Da lì, inoltre,ci si può aprire verso l'alto e agire sui
centri inferiori; ma il pericolo di questo procedimento è che si
rischia di restare prigionieri delle proprie formazioni mentali,
spirituali, e di non poterne uscire per entrare nell'esperienza e
nella conoscenza spirituale libera e integrale, e nella
trasformazione integrale dell'essere e della natura.
Sulle modalità di concentrazione, Sri Aurobindo
precisa uleriormente: "Concentrate
la vostra coscienza nel cuore (alcuni lo fanno nel capo o al di
sopra di esso) e meditate sulla Madre chiamandola nel vostro cuore.
[...] Soprattutto all'inizio tranquillizzare la mente è la
sola grande necessità, rifiutando durante la meditazione tutti i
pensieri e tutti i movimenti estranei alla sadhana". Riguardo
alla superiorità della concentrazione sul cuore rispetto a quella
tra le sopracciglia o a quella sopra la testa, Sri Aurobindo dice
che essa trova fondamento nel fatto che è il tipo di concentrazione
più facile alla maggior parte dei praticanti. la Mère dice che è
proprio nel cuore che "troverete la volontà di progredire, la
forza della purificazione, l'aspirazione più intensa ed efficace"
Quindi in sintesi, questi sono le condizioni per seguire il Divino:
- rivolgersi verso la Forza, aspirare a
che nessun'altra cosa possa influire su di noi, condizionandoci;
- non permettere al piano vitale (emotivo)
di avere la meglio, di intromettersi con le sue esigenze, pulsioni,
istinti, ecc.; -
mantenere la mente tranquilla, calma,, pronta a ricevere la verità
senza persistere sui propri pensieri sulle proprie idee;
- mantenere il centro psichico in noi, che
è la natura divina, desto, perché possa rimanere in contatto diretto
con la Forza, conoscendone la sua Volontà.
L'essere psichico
Ma, cos'è il centro psichico? Questo ci
conduce alla struttura dell'essere umano, un discorso un po'
complesso e su cui non possiamo, in questa trattazione, addentrarci
più di tanto. Sommariamente possiamo dire che per Sri Aurobindo
l'uomo è composto dal fisico, dal subconscio, dal piano vitale,dalla
mente e dall'essere psichico. Riguardo al fisico e al subconscio
possiamo evitare spiegazioni, perché si riferiscono a ciò che
significano nel nostro linguaggio corrente; per quanto riguarda il
piano vitale, esso è il piano delle emozioni, degli istinti, degli
affetti , dei sentimenti, dei desideri, delle passioni, degli
appetiti, delle sensazioni, dei piaceri, delle pene, delle gioie,
dei dolori, delle esultanze, delle depressioni, ecc. La mente è
invece ciò che è in rapporto con la cognizione e con l'intelligenza,
con le idee, con i pensieri.
L'essere psichico è nell'uomo ciò che
sostiene tutto, è la testimonianza silenziosa del Divino in lui; è
ciò che sente e conosce spontaneamente, in maniera diretta, luminosa
e pura: essendo di essenza divina rivela quindi immediatamente i
movimenti giusti e quelli falsi della nostra natura.
L'essere psichico è in noi l'unico
elemento che naturalmente si sottomette al Divino. Per il resto la
mente ha il suo carico di idee, di arroganti certezze e ad esso si
aggrappa; il vitale resiste alla sottomissione, ha le sue esigenze,
le sue pretese, i suoi impulsi, i suoi infiniti e innumerevoli
desideri, è tutto tranne che addomesticato. Quindi solo l'essere
psichico, per la sua natura essenzialmente divina, è - potremmo dire
- pronto allo yoga di Sri Aurobindo. Ma all'inizio è velato,
assopito: deve essere risvegliato e quando lo è, può produrre una
reale e repentina sottomissione di tutto l'essere; fino a quel punto
però lo sforzo è necessario, fino a quando, come abbiamo già detto,
verrà sostituito dalla Forza.
Precisazioni e chiarimenti
Il silenzio mentale
Riguardo alla necessità di
mantenere la mente in uno stato di quiete e silenzio, necessario per
poter "ascoltare" e ricevere la verità proveniente dalla Forza,
questo silenzio non è necessariamente completa assenza di pensieri.
Scrive Aurobindo " Avere la mente tranquilla non significa la
mancanza assoluta di pensieri o di movimenti mentali; significa che
essi rimarranno alla superficie e che sentirete il vostro vero
essere interiore separato, che osserva senza lasciarsi coinvolgere,
capace di sorvegliarli e di giudicarli, respingendo tutto ciò che
deve essere respinto, accettando e mantenendo tutto ciò che è vera
coscienza e vera esperienza".
In conclusione, come è stato ribadito, lo yoga di Sri Aurobindo,
distinguendosi molto dagli yoga tradizionali non ha come fondamento
la meditazione, i mantra, le asanas, ecc., tutt'al più queste
tecniche potranno essere considerate strumenti transitori di
preparazione. Lo yoga
integrale si basa piuttosto su questa aspirazione, su questa
capacità di sadhaka di rimanere aperto, disponibile a ricevere. Il
Maestro scrive: " La sadhana di questo yoga non procede
attraverso[...] forme prescritte di meditazione, mantra o altro, ma
attraverso l'aspirazione, un'auto-concentrazione verso l'interno e
verso l'alto, con l'apertura all'influenza del Potere Divino sopra
di noi e al suo operare, della Presenza Divina nel cuore e con il
rifiuto di tutto ciò che è estraneo a queste cose. E' solo con la
fede, l'aspirazione e il dono di sé che questa apertura in noi può
avere luogo". E' solo quest'apertura alla Forza la cosa
necessaria, nient'altro; rimani aperto, disponibile e tutto il resto
verrà da sé: "Solo è importante che vi manteniate aperto alla Forza.
Nessuno può trasformarsi senza aiuto e mediante i propri sforzi.
Solo la Forza divina può trasformarvi. Mantenetevi aperto, tutto il
resto verrà compiuto per voi".
Si può arrivare da più vie, l'abbiamo già detto: non c'è un metodo
valido per tutti. Ci si può inizialmente dedicare alla pratica della
devozione, della bhakti; oppure mediante la conoscenza, o le opere o
altro ancora. Poi va sviluppato tutto il resto, nella consapevolezza
di dover cambiare tutto: tutti i piani dell'essere e i loro
rispettivi oggetti devono essere coinvolti. Conoscenza, devozione,
azione, mente, corpo... tutto. Questi metodi possono essere
praticati anche parallelamente o in successione: dipende come sempre
dalla natura di ognuno, del shadaka, da ciò che la Forza
progressivamente gli apporterà. Anche e sopratutto per questo motivo
non esiste un metodo dettagliato e unico nello yoga integrale, non è
quindi un caso l'impossibilità a trovare corsi di yoga integrale. I
seguaci di Sri Aurobindo seguono ognuno la propria via, chi la
affianca alla meditazione di una certa tradizione come può
essere quella bhuddista, chi la affianca allo yoga classico, o altro
ancora. Resta il
fatto che il tutto è secondario rispetto a questa necessità del dono
di sé, del surrender. Una volta fu chiesto alla Mère se la
meditazione non fosse una pratica indispensabile e se non
permettesse un'unione con il divino "superiore" a tutte le altre
vie. Lei rispose "Può darsi. Ma una disciplina in sé non è quello
che cerchiamo. Quello che cerchiamo è di essere concentrati nel
Divino in tutto quello che facciamo, in ogni momento, in ogni azione
e in ogni movimento. Qui all'Ashram ad alcuni è stato detto di
meditare; ma ce ne sono stati altri al quale non è stato
affatto richiesto di meditare. Ma non bisogna pensare che non
progrediscano. Anche loro seguono una disciplina, ma è di altra
natura, Anche lavorare,agire con devozione e consacrazione interiore
è una disciplina spirituale. Lo scopo finale è di essere in unione
costante con il Divino, non solo in meditazione, ma in ogni
occasione e in tutta la vita attiva".
L'importante quindi in questa prospettiva, è l'atteggiamento
interiore di abbandono, di fiducia, di apertura. Riportiamo, per
concludere, altri due brani sempre della Mère nei quali si evidenzia
la importanza relativa di pratiche come lo yoga tradizionale o la
meditazione, rispetto al surrender.
" Ci sono discipline come l'Hatha Yoga o il Raja Yoga, che si
possono praticare e tuttavia non avere niente a che fare con la vita
spirituale; il primo di solito arriva al controllo corporale, il
secondo al controllo mentale. Ma entrare nella vita spirituale
significa fare un tuffo nel Divino [...] dovete imparare a vivere
nel Divino. [...] Dovete semplicemente lanciarvi in avanti e non
pensare 'Dove andrò a cadere? Cosa mi succederà?'. E' l'esitazione
della mente a trattenervi. Dovete semplicemente lasciarvi andare".
E ancora; "Una sincera consacrazione di tutto il vostro essere e
di ogni vostra azione è per la sadhana molto più efficace della
meditazione". |